Il coronavirus, nel giro di poche settimane, si è trasformato da problema lontano a minaccia seria e controllabile soltanto con severi lock-down di cui l’Italia si è resa apripista in Occidente, stravolgendo la nostra vita quotidiana.

Come mai, in così poco tempo, il virus è riuscito a farci cambiare abitudini in modo radicale mentre un altro grande problema, i cambiamenti climatici, che mette a rischio la nostra vita e di cui si parla da decenni, non ci è riuscito?

La percezione del rischio e la prossimità dei problemi

La parte più antica del nostro cervello, il cervello rettiliano, che dall’inizio della nostra evoluzione è deputata alla nostra sopravvivenza, si attiva automaticamente, in modo velocissimo, quando percepisce di fronte a sé un pericolo immediato. Il suo funzionamento è sempre e solo egoriferito, quindi entra in azione se sente che qualcosa minaccia in modo concreto prima di tutto per noi, cercando quindi soluzioni per arginarlo. Il problema più forte è quindi quello che mette a repentaglio la nostra incolumità nel “qui e ora”. Il contagio del coronavirus, da problema di un Paese molto lontano è diventato velocemente un rischio vicinissimo, un nemico che ci passa letteralmente sotto il naso senza che possiamo vederlo.  Ha quindi risvegliato in modo potente il nostro istinto di sopravvivenza.

I cambiamenti climatici nella nostra percezione sono invece associati a scenari probabili e futuri, e come tali sono quindi concettuali, passati in analisi dalla neo-corteccia, la parte sviluppata nel nostro cervello in tempi più recenti, quella consapevole e imputata appunto al pensiero astratto.

La differenza dell’impatto e le sue conseguenze sul nostro comportamento dei due scenari dipendono quindi dalla rilevanza e concretezza del pericolo nell’immediato: va inoltre sottolineato come ad amplificare la percezione di rischio da COVID-19 abbiano contribuito anche i media e la mobilitazione dell’opinione pubblica. La circolazione di immagini crude e associate a pericolo estremo di reparti di rianimazione o decessi in zone vicine a noi ha alimentato il senso di pericolo personale, attivando il processo cerebrale non conscio nel tentativo di proteggerci, rendendo quindi prioritario cambiare radicalmente le proprie abitudini per “salvare la pelle”.

I cambiamenti climatici: una minaccia più “concettuale”

Effetto mai raggiunto pienamente dai rischi correlati ai cambiamenti climatici che, stando al Climate Index Risk, dal 2000 ad oggi hanno causato circa 500.000 vittime nel mondo. Le previsioni per il prossimo futuro non fanno sperare che le cose andranno meglio, anzi: secondo l’OMS entro il 2050 i morti per il climate change saliranno a 250.000 ogni anno.

Inquinamento, riscaldamento globale e spreco energetico già da decenni hanno pesanti conseguenze sulla salute, eppure il cambiamento climatico è ancora percepito come un pericolo non immediato e, soprattutto, per molti non personale, in quanto più dannoso per le generazioni future. La risposta cerebrale resta quindi più concettuale e razionale, quindi tiepida rispetto a quella di una pandemia mondiale: questo porta i più a mantenere comportamenti dannosi, spinti da abitudini individualistiche. Un esempio lo si può vedere con la raccolta differenziata: non c’è dubbio che seguirla venga considerato a livello razionale un comportamento virtuoso, ma ci sono ancora molti che continuano a non rispettare le regole di raccolta per troppa pigrizia, e per resistenza al cambiamento.

Fonti:

Rbhq

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