{"id":655,"date":"2018-11-30T11:54:16","date_gmt":"2018-11-30T11:54:16","guid":{"rendered":"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/?p=655"},"modified":"2020-02-13T14:18:34","modified_gmt":"2020-02-13T14:18:34","slug":"shopper-brain-conference-suggestioni-amsterdam-parte-1","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/2018\/11\/30\/shopper-brain-conference-suggestioni-amsterdam-parte-1\/","title":{"rendered":"Shopper Brain Conference 2018: suggestioni da Amsterdam (Pt. 1)"},"content":{"rendered":"<p>Un <strong>punto di vista diverso<\/strong>, capace a volte di far svoltare una campagna pubblicitaria e migliorare il packaging del prodotto, il design di un logo o la consumer experience offerta da un brand: negli ultimi anni <strong>neuromarketing e scienze comportamentali<\/strong> sempre pi\u00f9 spesso sono state chiamate a fornire insight efficaci per garantire l\u2019innovazione di idee di business e comunicazione. Ma come accade, in concreto?<\/p>\n<p>Ottosunove ha avuto modo di osservarlo durante la <strong>Shopper Brain Conference di Amsterdam<\/strong>, dal 7 al 9 novembre 2018, a cui hanno partecipato i vincitori di un contest interno alla nostra agenzia, premiati con un\u2019opportunit\u00e0 di formazione in ambito neuromarketing. Abbiamo raccolto i nostri appunti e ora siamo pronti a raccontarvi gli interventi che pi\u00f9 di altri hanno ci hanno lasciato preziosi spunti e riflessioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Mike Storm, Neurons Inc<\/strong><\/p>\n<p>In un mondo che quotidianamente ci sommerge di stimoli di ogni tipo, riuscire a vendere il proprio prodotto \u00e8 per ogni brand una sfida sempre pi\u00f9 complessa. Nell\u2019<strong>overload di informazioni<\/strong> in cui il consumatore di oggi si trova a compiere scelte d\u2019acquisto, risulta cruciale, come suggerisce <strong>Mike Storm<\/strong>, Chief Operator Office della danese Neurons Inc, utilizzare i canali giusti per comunicare e comunicarsi: tv, radio, web pretendono linguaggi diversi, cos\u00ec come diversi sono i messaggi che veicolano.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-full wp-image-657\" src=\"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-content\/sites\/3\/2018\/11\/Untitled-design-7.png\" alt=\"information overload\" width=\"854\" height=\"480\" srcset=\"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-content\/sites\/3\/2018\/11\/Untitled-design-7.png 854w, https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-content\/sites\/3\/2018\/11\/Untitled-design-7-300x169.png 300w, https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-content\/sites\/3\/2018\/11\/Untitled-design-7-768x432.png 768w, https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-content\/sites\/3\/2018\/11\/Untitled-design-7-552x310.png 552w\" sizes=\"(max-width: 854px) 100vw, 854px\" \/><\/p>\n<p>E se il web e i social media favoriscono un\u2019<strong>informazione pi\u00f9 rapida e superficiale<\/strong>, la tv o il print advertisment consentono invece di instaurare con il fruitore del messaggio una <strong>connessione pi\u00f9 profonda<\/strong> e, se si vuole, pi\u00f9 densa a livello emotivo. Storm sottolinea come sia molto pi\u00f9 facile che un individuo si trovi davanti alla tv per rilassarsi e concentrarsi solo su di essa, dedicando la propria attenzione quasi esclusivamente a ci\u00f2 che sta osservando sullo schermo. Quando guardiamo un ad sul nostro cellulare, invece, \u00e8 davvero raro riuscire a resistere pi\u00f9 di pochi secondi prima di chiuderlo per liberarcene. Per i marketer, oggi, \u00e8 quindi necessario trovare <strong>messaggi differenti<\/strong> per comunicare lo stesso prodotto attraverso i diversi canali attraverso cui lo si vuole lanciare.<\/p>\n<p>Anche in <strong>ambito retail<\/strong>, in particolare negli store, si vive un sovraccarico di informazioni che, invece di garantire una scelta pi\u00f9 ampia, \u00a0rischia di allontanare sempre pi\u00f9 dall&#8217;acquisto un consumatore spesso confuso e frustrato. <strong>Pi\u00f9 stress fa rima con meno acquisti<\/strong>, e quindi dosare e rendere immediatamente accessibili le informazioni fondamentali per i consumatori non pu\u00f2 che migliorarne la shopping experience.<\/p>\n<p>Ad esempio, Storm illustra i benefici di segnalare, con cartelli posti sopra le corsie dello store, la divisione dei vari reparti e le merceologie in essi disponibili per facilitare la ricerca e la fruizione dei prodotti da parte delle persone. \u00c8 inoltre necessario utilizzare <strong>parole semplici e caratteri ben visibili<\/strong> \u00a0e \u2013 ancora meglio \u2013 utilizzare vele verticali di indirizzamento per semplificare il reperimento dei prodotti in ogni corsia. La categorizzazione semplificata, infatti, aiuta e guida molto pi\u00f9 efficacemente il cliente all&#8217;interno dello store. Less is more, quindi, almeno per quanto riguarda le informazioni che crediamo siano necessarie per pubblicizzare il nostro prodotto.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Eda Ocak e Buket Baki\u00e7<\/strong><\/p>\n<p>Quanto potere esercita il logo di un brand sul suo successo e sulla sua fama? Molto, almeno secondo <strong>Eda Ocak<\/strong>, partner &amp; strategy director di <strong>ThinkNeuro<\/strong> e <strong>Buket Baki\u00e7<\/strong> Marketing research della compagnia telefonica turca <strong>Turkcell<\/strong>.<\/p>\n<p>Ocak e Baki\u00e7 hanno illustrato l\u2019interessante evoluzione del logo della Turkcell nel corso degli anni: la compagnia, nata nel 1994, \u00e8 il primo operatore del Paese sul Bosforo, rappresentando, a livello di servizi e copertura, un equivalente dell\u2019italiana Tim. A caratterizzare il brand sin dalla sua nascita, <strong>una mascotte di colore giallo con due antenne<\/strong>. Nel corso del tempo, la mascotte \u00e8 stata per\u00f2 eliminata dal logo, a favore dell\u2019elemento che pi\u00f9 la rendeva riconoscibile, ossia le due antennine che hanno trovato sempre pi\u00f9 spazio, diventando la nuova icona della Turkcell.<\/p>\n<p>L\u2019azienda, proprio per questo, puntava a rendersi facilmente riconoscibile tramite il suo logo: un\u2019operazione che sembrava voler facilitare, nel tempo, l\u2019<strong>immediatezza di \u201clettura\u201d del brand<\/strong>, riducendo sempre pi\u00f9 lo spazio di rilevanza concesso al nome della compagnia. Giunti a una soluzione che garantiva sia al logo che al nome del brand uguale rilievo, Turkcell si \u00e8 rivolta a ThinkNeuro, societ\u00e0 di ricerca neuroscientifica, per osservare quale dei due elementi catturasse maggiormente lo sguardo delle persone.<\/p>\n<p>ThinkNeuro si \u00e8 avvalsa di rilevazioni con Eye Tracking, trentadue brain imaging e otto interviste approfondite su un gruppo di volontari equamente divisi tra uomini e donne e su diverse fasce d\u2019et\u00e0. Lo sguardo dei volontari, stando ai dati emersi della ricerca, \u00e8 risultato essere quasi totalmente catturato dalla scritta \u201cTurkcell\u201d che <strong>aveva letteralmente oscurato il logo<\/strong>. ThinkNeuro ha quindi aiutato la compagnia telefonica a capire se il solo logo, all\u2019interno di una campagna pubblicitaria, riuscisse a catturare abbastanza attenzione anche da solo. Sono state create due diverse campagne, una con logo e nome, l\u2019altra con il solo logo e, grazie ai diversi test, i dati emersi hanno dimostrato che, almeno a livello non conscio, anche se non in una posizione rilevante nel logo del brand,<strong> il suo segno distintivo rimaneva scolpito nella mente delle persone<\/strong>, dimostrandosi cos\u00ec un elemento riconoscibile da chiunque. Proprio per questo, dopo le analisi di ThinkNeuro, Turkcell ha scelto di eliminare il proprio nome dal logo, lasciando solo le due antennine come bandiera e seguendo l\u2019esempio di compagnie di successo del livello di Nike e Apple, che gi\u00e0 da anni hanno lasciato parlare la propria icona pi\u00f9 che il loro stesso brand name.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Tim Zuidgeest<\/strong><\/p>\n<p><strong>Tim Zuidgeest<\/strong>, Co-Founder di ST&amp;T Research, in un intervento dedicato ai diversi linguaggi utilizzati per advertising per la stampa e per la tv, ha fornito alcuni interessanti insight su ci\u00f2 che funziona o meno nella comunicazione su entrambi i canali.<\/p>\n<p>Stampa e tv, peraltro, sono spesso complementari all&#8217;interno di una <strong>pianificazione ADV<\/strong> e, se sfruttati per il loro specifico potenziale, possono garantire una soddisfacente penetrazione di pubblico. Zuidgeest lo dimostra con un esempio tratto da una campagna per una catena di supermercati olandese. L\u2019obiettivo era quello di testare diverse combinazioni tra print adv e spot tv. A seguito delle rilevazioni \u00e8 stato dimostrato che<strong> far precedere la diffusione di leafleat<\/strong> rispetto alla programmazione in tv \u00e8 la stata la scelta pi\u00f9 efficace. La messa in onda dello spot, infatti, aumentava il livello di engagement in chi era gi\u00e0 stato esposto alla pubblicit\u00e0 stampata. La combinazione inversa, invece, aveva registrato un crollo di interesse dal punto di vista di engagement emotivo.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-full wp-image-659\" src=\"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-content\/sites\/3\/2018\/11\/Untitled-design-2-2.png\" alt=\"leaflet\" width=\"854\" height=\"480\" \/><\/p>\n<p>Un consiglio fornito dallo speaker \u00e8 stato di evitare di caricare di contenuti testuali i leaflet, poich\u00e9 \u2013 come abbiamo osservato poco fa \u2013 un overload di informazioni rischia di confondere il consumatore, allontanandolo. Gli <strong>elementi grafici e gli elementi visivi<\/strong> di una campagna pubblicitaria, inoltre, sono fondamentali per coinvolgere il consumatore e guidarlo verso le informazioni pi\u00f9 utili. possono essere di grande aiuto nel guidare il consumatore a osservare le informazioni che vogliamo far passare: Ne \u00e8 un esempio lo dimostra l\u2019immagine che vedete qui sotto, nella quale il bimbo rivolto verso il messaggio spinge lo sguardo automaticamente il lettore in quella direzione.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-full wp-image-656\" src=\"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-content\/sites\/3\/2018\/11\/Eye-tracking-b\u00e9b\u00e9-lecture-publicit\u00e9.jpg\" alt=\"bambino neuromarketing\" width=\"960\" height=\"344\" srcset=\"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-content\/sites\/3\/2018\/11\/Eye-tracking-b\u00e9b\u00e9-lecture-publicit\u00e9.jpg 960w, https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-content\/sites\/3\/2018\/11\/Eye-tracking-b\u00e9b\u00e9-lecture-publicit\u00e9-300x108.jpg 300w, https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-content\/sites\/3\/2018\/11\/Eye-tracking-b\u00e9b\u00e9-lecture-publicit\u00e9-768x275.jpg 768w, https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-content\/sites\/3\/2018\/11\/Eye-tracking-b\u00e9b\u00e9-lecture-publicit\u00e9-552x198.jpg 552w\" sizes=\"(max-width: 960px) 100vw, 960px\" \/><\/p>\n<p>Lo stesso vale per uno spot. Ad esempio, quello della birra olandese Swinckels\u2019 con protagonista <strong>Morgan Freeman<\/strong>: l\u2019attore americano guarda fisso in camera per larghi tratti del filmato, rivolgendosi direttamente allo spettatore, coinvolto emotivamente anche grazie a uno zoom in avanti. Solo in un secondo momento Freeman si volta e afferra la birra \u2013 reale protagonista dello spot \u2013 inducendo lo spettatore a spostare il proprio sguardo sul prodotto.<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/MfyEreGZOiM\" width=\"560\" height=\"315\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/p>\n<p>Poco funzionale, invece, avvalersi dello <strong>zoom out<\/strong>, che allontana dal protagonista della campagna, come dimostra uno spot di una banca olandese. Quando nel filmato la camera abbandona l\u2019uomo che fino a quel momento era stato l&#8217;unico focus di attenzione, le rilevazioni neurometriche registrano nel pubblico un forte calo di interesse e di coinvolgimento.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Lucia Carriero \u2013 Walter Limpens<\/strong><\/p>\n<p><strong>Lucia Carriero<\/strong>, CEO di <strong>Neuroset<\/strong>, e <strong>Walter Limpens<\/strong>, Co-Founder di <strong>Neurensics<\/strong>, hanno entrambi trattato, seppur in modi diversi, l\u2019apporto delle neuroscienze in ambito packaging. Lucia Carriero si \u00e8 soffermata sulle diverse modalit\u00e0 di fruizione e percezione di un prodotto e del suo packaging a fronte di differenti possibilit\u00e0 di \u201ccontatto\u201d, illustrando come questo possa influenzare le intenzioni di acquisto.<\/p>\n<p>Si \u00e8 notato che chi ha la possibilit\u00e0 di toccare un prodotto sviluppa un pi\u00f9 <strong>forte coinvolgimento<\/strong> nei suoi confronti, nonch\u00e9 uno spiccata volont\u00e0 di possesso, attivando inoltre differenti aree cerebrali rispetto a coloro a cui il contatto non \u00e8 permesso. Quando poi il packaging consente al consumatore di intravedere il prodotto che contiene, lo sguardo della persona si concentra molto pi\u00f9 su quest\u2019ultimo; se, invece, il packaging non mostra il suo contenuto, le fissazioni di sguardo sono dedicate per la maggior parte <strong>al logo del brand<\/strong>.<\/p>\n<p>Una confezione, per via <strong>del suo colore,<\/strong> <strong>della sua<\/strong> <strong>forma e del suo lettering<\/strong>, pu\u00f2 alterare in maniera cruciale la percezione di un prodotto. Carriero espone l\u2019esempio di un brand di yogurt che, per testare quale fosse il packaging pi\u00f9 efficace, ne ha creati e testati di diversi formati e colori: il prodotto era lo stesso, le persone per\u00f2 lo guardavano di volta in volta in maniera diversa. Se un packaging rosso, basso e rotondeggiante era percepito come costoso, appetibile ed elegante, ma di bassa qualit\u00e0 e poco salutare, al contrario una confezione blu, pi\u00f9 alta e snella dava l\u2019idea che lo yogurt fosse pi\u00f9 denso, pi\u00f9 grasso, ma di ottima qualit\u00e0. Carriero ha sottolineato come l\u2019ideazione del packaging perfetto sia davvero complicata, perch\u00e9 <strong>il confine tra bello e kitsch<\/strong> \u00e8 sempre molto soggettiva: importante, se non cruciale, \u00e8 la componente di usability di ogni confezione. Se facile da aprire o usare, nonch\u00e9 esteticamente accattivante, riscuoter\u00e0 sicuramente pi\u00f9 successo di una meno accessibile.<\/p>\n<p>L\u2019intervento di <strong>Walter Limpens<\/strong>, invece, suggeriva un\u2019idea fuori dagli schemi: creare, per i prodotti in vendita via e-commerce, un packaging specifico che potesse garantire una migliore fruizione online del prodotto agli utenti della piattaforma. Limpens lo ha nominato <strong><em>brain-friendly packaging<\/em><\/strong>, chiarendo come una diversa disposizione delle informazioni di solito stampigliate sul prodotto possa aumentarne la facilit\u00e0 di lettura e comprensione.<\/p>\n<p>Limpens, a seguito di diverse rilevazioni, ha registrato che, paragonando il design classico, quello brain friendly e quello brain friendly su uno sfondo arricchito da visual, sia stato proprio il packaging da lui proposto, su uno <strong>sfondo neutro<\/strong>, ad esser il pi\u00f9 apprezzato dagli utenti di e-commerce, poich\u00e9 ci si avvicina fisicamente ad essi, rendendo l\u2019esperienza di shopping pi\u00f9 simile a quella \u201creale\u201d. La <strong>simulazione mentale<\/strong>, spiega Limpens, \u00e8 quel meccanismo che ci aiuta a progettare design pi\u00f9 efficaci, prendendo in considerazione come verr\u00e0 poi percepito il messaggio che vogliamo lanciare. Limpens porta come esempio una campagna di un ferro da stiro la cui prima versione vedeva una donna tenere l\u2019oggetto con la mano sinistra: essa per\u00f2 risulta di difficile lettura e pu\u00f2 generare un senso di fastidio. Le persone mancine, infatti, rappresentano una minoranza rispetto alle destrorse ed \u00e8 difficile, per quest\u2019ultima categoria, immedesimarsi in un\u2019immagine simile.<\/p>\n<p>Interessante, vero? Non \u00e8 finita qui: stay tuned, presto arriver\u00e0 un secondo articolo sulla Shopper Brain Conference.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p class=\"post-excerpt\">Tre giorni di approfondimento sugli ultimi trend in ambito neuromarketing e behavioural science: ecco cosa portiamo a casa dalla conferenza di quest&#8217;anno<\/p>\n","protected":false},"author":3,"featured_media":662,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"spay_email":""},"categories":[8],"tags":[152,14,151],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-content\/sites\/3\/2018\/11\/Untitled-design-5-1.png","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/655"}],"collection":[{"href":"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=655"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/655\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1134,"href":"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/655\/revisions\/1134"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-json\/wp\/v2\/media\/662"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=655"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=655"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=655"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}