{"id":576,"date":"2018-11-08T08:22:22","date_gmt":"2018-11-08T08:22:22","guid":{"rendered":"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/?p=576"},"modified":"2020-02-13T13:47:11","modified_gmt":"2020-02-13T13:47:11","slug":"wobi-milano-2018-speech-esponenziali-seconda-giornata","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/2018\/11\/08\/wobi-milano-2018-speech-esponenziali-seconda-giornata\/","title":{"rendered":"WOBI Milano 2018: gli speech esponenziali della seconda giornata"},"content":{"rendered":"<p>Cosa ci siamo portati a casa dal secondo giorno di<strong> WOBI<\/strong> \u2013 World Business Forum di Milano?<\/p>\n<p>Siamo qui per raccontarvelo, dopo aver gi\u00e0 approfondito quattro interessanti interventi estratti dal primo appuntamento di questa due giorni dedicata all\u2019<strong><em>esponenziale<\/em><\/strong>, tema simbolo di una realt\u00e0 \u2013 business e non &#8211; in continua e rapida evoluzione e che i diversi speaker hanno declinato secondo il loro specifico punto di vista.<\/p>\n<p>Ti sei perso il nostro primo articolo su WOBI? Nessun problema, <strong><a href=\"https:\/\/ottosunove.com\/ottosublog\/2018\/11\/06\/wobi-milano-2018-le-lezioni-esponenziali-della-prima-giornata-del-forum\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">puoi leggerlo qui<\/a>.<\/strong><\/p>\n<h3><strong>Daniel Goleman<\/strong><\/h3>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>A riprendere il discorso sull\u2019esponenzialit\u00e0 come caratteristica cruciale dell\u2019odierno panorama business \u00e8 stato <strong>Daniel Goleman<\/strong>, scrittore e psicologo americano esperto in neurologia. Per ottenere performance straordinarie, in un mondo sempre pi\u00f9 specializzato e competitivo, secondo Goleman \u00e8 decisivo l\u2019apporto di un fattore chiave come l\u2019<strong>intelligenza emotiva<\/strong>, o Emotional intelligence (EI), gi\u00e0 titolo di uno dei suoi pi\u00f9 grandi successi editoriali.<\/p>\n<p>Come spiegato dal palco di WOBI, oggi risulta davvero essenziale comprendere e puntare sul modo in cui riusciamo a <strong>\u201cgestire\u201d noi stessi da un punto di vista emotivo<\/strong>, specie se il nostro ruolo ci richiede di essere leader e di prendere decisioni complicate. Non sono infatti le hard skill quelle che ci definiscono come individui, bens\u00ec tutto il variegato spettro di sfumature che d\u00e0 forma al nostro carattere. Introspezione, ironia o spirito critico: tutte peculiarit\u00e0 che ci consentono di differenziarci da chi potrebbe condividere il nostro stesso percorso di formazione, la stessa nazionalit\u00e0, lo stesso nome eppure avr\u00e0 sempre un diverso sguardo sulla realt\u00e0 che ci circonda.<\/p>\n<p>Ma cosa si intende esattamente con intelligenza emozionale? Goleman traccia un insieme di componenti che, sommate, creano la cosiddetta EI: oltre alla capacit\u00e0 di saper \u201cgestirsi\u201d emotivamente \u2013 che comprende qualit\u00e0 come l\u2019adattabilit\u00e0, un atteggiamento positivo e una visione orientata al miglioramento \u2013 cruciale risulta anche dimostrarsi \u201c<strong>self aware<\/strong>\u201d: essere sicuri del proprio potenziale, delle proprie capacit\u00e0 e dei propri valori, anche perch\u00e9 proprio questi identificano sia noi come individui sia le nostre attivit\u00e0 lavorative. Altrettanto importante \u00e8 la <strong>social awareness<\/strong>, cio\u00e8 come ci rapportiamo con l\u2019ambiente che ci circonda, profondamente legata al <strong>relationship management<\/strong> che ci guida quando dobbiamo relazionarci con colleghi, collaboratori e altre figure professionali: la caratteristica chiave da mettere in campo \u00e8 l\u2019empatia, con cui secondo Goleman riusciamo davvero a entrare in contatto con chi ci sta attorno.<\/p>\n<p>Lo scrittore tiene a sottolineare anche che, per quanto determinate predisposizioni siano innate, l\u2019intelligenza emotiva <strong>pu\u00f2 anche essere appresa<\/strong>, quantomeno coltivata nel tempo.<\/p>\n<h3><strong>Todd Davis<\/strong><\/h3>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>\u201c<strong><em>Hell isn\u2019t a place, it\u2019s other people<\/em><\/strong>\u201d. Fa sorridere la platea di WOBI T<strong>odd Davis<\/strong>, Chief People Officer per Franklin Covey, discutendo efficacemente sui diversi aspetti che influenzano il nostro lavoro. Ma quali sono?<\/p>\n<p>Le persone, innanzitutto: quasi sempre i nostri risultati professionali diventano raggiungibili soprattutto con e attraverso le competenze, i caratteri e le visioni di molte altre individualit\u00e0 oltre a noi. <strong>Non \u00e8 sempre semplice averci a che fare, anzi<\/strong>: le persone difficilmente cambiano, difficilmente si dimostrano influenzabili, difficilmente sono disponibili ad accettare eventuali critiche.<\/p>\n<p>Appurato ci\u00f2, quante volte diamo verdetti simili su noi stessi? Todd Davis infatti sottolinea come sia necessario, invece di andar sempre a scovare un capro espiatorio nelle persone con cui ci relazioniamo, applicare un <strong>giusto focus anche sulla nostra personalit\u00e0<\/strong>, sulla nostra inclinazione a cambiare, sulla nostra capacit\u00e0 di metabolizzare una critica. Un cambio di prospettiva a riguardo pu\u00f2 davvero modificare il modo in cui percepiamo e consideriamo chi o cosa ci sta intorno: siamo molto pi\u00f9 efficaci, come persone e come figure professionali, se prima riusciamo a concentrarci sul nostro comportamento quotidiano.<\/p>\n<p>Per Davis risulta allora essenziale sviluppare una certa capacit\u00e0 a comprendere e proporre <strong>feedback<\/strong>, per migliorare e consentire agli altri di farlo. Nella parola stessa &#8211; dall&#8217;inglese feed, nutrire e back, fare da supporto \u2013 si nasconde il significato intrinseco del termine: un feedback non \u00e8 un colpo di scure alla nostra autostima, ma uno spunto che ci viene offerto per mettere a fuoco dettagli da rivedere, di cui magari non ci eravamo accorti. \u00c8 chiaro, ci sar\u00e0 sempre qualcuno pronto a farlo con intenti negativi, ma forse \u00e8 bene imparare a presupporre le buone intenzioni di chi vuole soltanto spingerci a guardare le cose con occhi diversi.<\/p>\n<h3><strong>Martha Rogers<\/strong><\/h3>\n<p>Che cos\u2019\u00e8 un brand oggi? A stabilirlo, sempre pi\u00f9 spesso, sono i <strong>clienti<\/strong>: questo il messaggio lanciato dal palco di WOBI da <strong>Martha Rogers<\/strong>, esperta in business strategies e customer care, che vuole ribaltare i rapporti di forza tra chi vende e chi sceglie di acquistare. Il valore di un\u2019azienda, in un mondo che vive e si nutre soprattutto di network, trova infatti le sua fondamenta nel valore che i propri consumatori le attribuiscono. D\u2019altronde, ammette la Rogers, \u201c<strong><em>what matters today is what costumers say to each other about us<\/em><\/strong>\u201d.<\/p>\n<p>Per questo, infatti, risulta importante sempre pi\u00f9 importante lavorare e costruire con perizia la propria costumer base. Un compito complesso, anche per la visione spesso distorta che CEO e dipendenti hanno del brand che gestiscono o per cui lavorano: l\u2019<strong>80%<\/strong> dei CEO, stando alle statistiche che Rogers presenta, \u00e8 infatti convinto che la propria esperienza di customer care sia di qualit\u00e0 superiore. Peccato per\u00f2 che soltanto l\u2019<strong>8%<\/strong> dei clienti ritenga di aver mai beneficiato di un servizio dedicato di alto livello. Un aspetto molto problematico, soprattutto se si considera, come specifica l\u2019esperta, che un\u2019esperienza negativa tutti sono pronti a condividerla, mentre raramente si parla di ci\u00f2 che abbiamo vissuto positivamente.<\/p>\n<p>Quale pu\u00f2 essere una soluzione efficace? <strong>Eliminare la frizione tra un brand e i suoi consumatori<\/strong>, cancellando tutti quegli ostacoli che lo rendono distante o poco affidabile. Proprio dall\u2019affidabilit\u00e0 di una societ\u00e0 e di un\u2019azienda pu\u00f2 cominciare questo percorso di \u201c<strong>redenzione<\/strong>\u201d nei confronti dei propri clienti, che \u00e8 poi importante mantenere e alimentare continuando a fornir loro contenuti e prodotti rilevanti, di valore. Cruciale \u00e8 soprattutto assicurarsi che il proprio brand crei un sentimento cardine per ogni organizzazione: la fiducia.<\/p>\n<p>Secondo i sondaggi, infatti, i consumatori americani sarebbero disposti a spendere addirittura <strong>11 dollari in pi\u00f9<\/strong> <strong>ogni mese<\/strong> per poter avere accesso a un servizio su cui poter fare affidamento. Dimostrarsi un \u201ctrustable brand\u201d rivela grandi vantaggi: profitti a breve termine, certo, ma anche una forte brand equity sul lungo periodo.<\/p>\n<p>Per capire se siamo sulla buona strada nella creazione di un\u2019ottima costumer care, Martha Rogers invita a porci una semplice domanda: <strong>come ci si sente ad essere i nostri clienti?<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p class=\"post-excerpt\">Cosa ci siamo portati a casa dal secondo giorno di WOBI \u2013 World Business Forum di Milano? 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